Il mondo vuole delle donne trasparenti

Il mondo vuole delle donne trasparenti
(Laurie Penny, Internazionale, 11 marzo 2018)

Facciamo crescere le ragazze in un tornado d’immagini di bellezza inarrivabile

Attraversiamo una crisi, che sarebbe presa più seriamente se non riguardasse quasi solamente le donne. I ricoveri per disordini alimentari sono quasi raddoppiati in sei anni, mentre genitori e pazienti esprimono il loro strazio nel cercare cure che siano anche solo minimamente adeguate. In tutto il paese, in tutto il mondo, donne e ragazze si autoimpongono di fare la fame, a volte fino a morirne. Che vogliamo fare?

La settimana della consapevolezza dei disturbi alimentari si è appena conclusa, e ancora una volta i giornali hanno finto di chiedersi cosa mai abbia spinto delle sciocche giovani donne ad avviarsi verso un lento suicidio, corredati da sensuali foto di magrissime modelle svestite in posa per l’obiettivo dei fotografi, oltre che da una serie di distratte banalità sul fatto che le ragazze debbano in realtà lavorare sulla loro “immagine corporea” e, se possibile, smettere di leggere tutte queste riviste.

Quando ero un’adolescente anoressica pronta per essere ricoverata, leggevo quest’immondizia per avere suggerimenti su cosa fare. Come ha scritto Hadley Freeman, “il problema dell’anoressia è il suo essere così fotogenica”, l’ideale per l’economia mediatica della misoginia. Buona parte di questo sfoggio di “consapevolezza” ci aiuta a capire i disordini alimentari esattamente quanto, per esempio, un abbonamento a riviste porno come Nuts ci aiuta a capire il sesso: cioè per niente.

È solo l’inizio
Perché le cose stanno peggiorando. Le statistiche del servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) mostrano che i ricoveri per disturbi come anoressia e bulimia sono stati 13.885 tra l’aprile 2016 e l’aprile 2017, una cifra che comprende duemila ragazze di meno di 18 anni ricoverate per anoressia grave. L’anoressia è, tra i disturbi mentali, quello con il più alto tasso di mortalità.

Ed è solo l’inizio. Si stima che 1,25 milioni di persone nel Regno Unito abbiano un disordine alimentare. Donne e ragazze sono l’89 per cento di queste persone. Non si tratta solo di una questione di sopravvivenza. Il punto sono gli anni trascorsi torturandosi inutilmente e dolorosamente, sprecando il proprio tempo, la propria energia e rovinandosi la salute. Candida Crewe, nel suo libro autobiografico Eating myself , la definisce “la malattia della donna comune”. Sappiamo che sta accadendo e la cosa non ci turba più di tanto.

Proprio così. Nessun altro sembra disposto a dirlo, quindi lo farò io. Se i disturbi alimentari fossero malattie tipiche degli uomini, invece che delle donne, sarebbero presi più seriamente e si troverebbero cure adatte. Anzi, voglio spingermi oltre: credo che da un certo punto di vista, l’autodeprivazione alimentare e l’ossessione per la magrezza, l’immagine del corpo e l’autocensura femminili siano state normalizzate a tal punto nelle nostra società, che è impossibile non convincersi che queste ragazze abbiano fatto la scelta giusta, sbagliando semplicemente nell’essersi spinte “troppo oltre”.

Diciamo alle ragazze che non hanno il diritto di conquistarsi i loro spazi nel mondo e poi siamo confusi quando smettono di mangiare. Facciamo crescere i nostri figli in una cultura totalmente ossessionata dal controllo dei corpi femminili e poi ci stupiamo quando vogliono riprendersi parte di questo controllo tramite atti privati e violenti di ribellione passiva-aggressiva.

Come ha scritto Naomi Wolf in Il mito della bellezza, “una cultura fissata con la magrezza femminile non rappresenta un’ossessione per la bellezza femminile, bensì per l’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne: una popolazione placidamente folle è più facile da gestire”.

Gli aperti e sinceri elogi che le ragazze ottengono per il loro uccidersi lentamente in pubblico è direttamente proporzionale alla quantità di vergogna e stigmatizzazione che si riversa sulle donne perfettamente in salute che si trovano a essere anche solo leggermente sovrappeso.

Ogni singola ora
Non credo sia fuori luogo suggerire che queste cose sono legate. E non parlo per vaghe astrazioni: esistono solidi e fondati dati che provano come le donne siano penalizzate finanziariamente e socialmente quando prendono peso, e premiate quando lo perdono. Molto più di quanto accada agli uomini. Uno studio pubblicato dal Journal of Applied Psychology nell’autunno 2010 mostrava che le donne “molto magre” guadagnano circa 22mila dollari più delle loro omologhe di peso medio, mentre l’essere appena sei chili sovrappeso mina seriamente le possibilità di promozione o la sicurezza dell’impiego di una donna.

Uno studio più recente ha rivelato che solo il 15 per cento dei dirigenti incaricati di un’assunzione, messo di fronte a fotografie di donne di peso diverso, valuterebbe la possibilità di assumere quella più in carne per un ruolo di responsabilità. Statistiche come questa rendono evidente quel che quasi tutte le donne sanno nel loro intimo: che il mondo vuole che siano sempre più piccole, sempre più magre, che il mondo vuole che esse desiderino meno, che valgano meno.

Non accade solo sul posto di lavoro, a meno di essere onesti e di ammettere che alle donne e alle ragazze è richiesto di lavorare nell’immenso stage non pagato dell’accettazione femminile ogni singola ora della loro vita. Sono riluttante a parlare della mia esperienza personale, perché non voglio cadere nella retorica anodina e alienante del sopravvissuto solitario, così frequente quando si parla di disordini alimentari.

Ciononostante, l’anno scorso ho avuto una piccola recidiva, ricadendo nelle cattive abitudini mentre tentavo di riprendere faticosamente il controllo della mia vita, in un momento nel quale su di me si riversava una serie di problemi da primo mondo. I miei amici intimi e la mia famiglia, notando quanto peso avessi perso, erano piuttosto preoccupati.

Tutti gli altri erano felicissimi per me. Mi sentivo debole, fragile e triste, ed ero premiata per questo. Ho passato un po’ di questo tempo frequentando vari uomini e ognuno di loro era ossessionato dalla mia improvvisa magrezza. Uno non smetteva di contare le mie costole. Un altro cercava d’indovinare il mio peso mentre facevamo l’amore, sottostimandolo di nove chili, perché apparentemente gli uomini non sanno nulla su come funzionano i corpi dai quali sono ossessionati.

Adesso mi sento molto meglio, in parte perché ho molto più controllo e potere sulla mia vita di quanto ne avessi quando mi sono ammalata per la prima volta a 15 anni, e poi una cosa che ho notato è che i millennial amano decisamente poco delle costole visibili.

Ho deciso di mettere a frutto questo controllo e di prendermi maggiormente cura di me stessa, anche se in realtà non avrei voluto davvero, poiché di questi tempi ho in realtà un sacco di cose per le quali vivere, un sacco da scrivere, e un sacco di cose da fare che non possono essere fatte quando si è debole, affamata e mezzo morta. Ho smesso di fingere di essere “semplicemente in buona salute”, adottando una visione più olistica di cosa significhi la salute, giusto in tempo per evitare danni a lungo termine. Sono stata fortunata.

Non tutti lo sono altrettanto. Le persone in grave crisi – come me quando ero molto più giovane e molto, molto più malata – hanno bisogno di serie cure ospedaliere. Cure che troppe persone con disturbi alimentari non ottengono mai, o non abbastanza, poiché il nostro sistema per la salute mentale viene sistematicamente distrutto proprio ora che ne abbiamo più bisogno che mai.

Una proposta radicale
Ma come possiamo amare i nostri corpi e prendercene cura quando il resto del mondo fa l’esatto opposto? Certo, insegnare alle donne e alle ragazze ad amare i loro corpi e a prendersene cura è ancora una proposta radicale in una società che provoca e al contempo sfrutta l’odio che proviamo verso noi stessi. Ma i singoli sforzi individuali di provare amore verso noi stessi non bastano quando il problema è strutturale. Il problema è il sessismo.

E la risposta è il gaslighting. Facciamo crescere le ragazze in un tornado d’immagini di bellezza inarrivabile, le sottoponiamo senza sosta a una serie di dimostrazioni con le quali le convinciamo che saranno penalizzate se non avranno un certo aspetto. Lasciamo costantemente intendere che se crescendo diventeranno qualcos’altro non varranno assolutamente niente a meno di non conformarsi a un’idea di bellezza che è, letteralmente, magra al punto da non permettere a un corpo umano di respirare.

Gli facciamo pesare, giorno e notte, il fatto di vivere in un corpo che è femminile o queer. E poi, quando sviluppano disturbi alimentari alziamo le spalle e diciamo: accidenti però, queste ragazzine stupide, perché non si mangiano un panino?

Dire alle donne e alle ragazze del ventunesimo secolo che hanno un problema con la loro immagine del proprio corpo è un po’ come dire alla vittima di un accoltellamento che ha un problema d’emorragia. Sì, lo sappiamo. E sappiamo che è probabilmente colpa nostra, che siamo state deboli e superficiali nel lasciarci accoltellare, e che se fossimo state più forti saremmo state in grado di richiudere le nostre arterie con la semplice forza di volontà, arrestando l’uscita di sangue. Ma nel frattempo sarebbe possibile, se non è chiedervi troppo, aiutarci a tamponare la ferita prima che ce ne andiamo alla ricerca di un po’ di giustizia?

Tutto questo mi rende assolutamente furiosa. È una cosa che avrei trovato difficile dire quando ero prigioniera dell’inferno dei disordini alimentari. Spesso è solo un modo di fare i conti con una rabbia che sembra troppo pericoloso esprimere, e che rivolgiamo verso il nostro corpo, controllando tutta la fame per quelle cose che, ci viene detto, non abbiamo il diritto di volere, come il cibo, una scopata, una briciola di maledetto rispetto, un posto sicuro nel mondo o solo il diritto di sfogarsi un po’.
Che poi sarebbe il motivo per il quale i disordini alimentari spesso colpiscono soprattutto le giovani donne. I ragazzi hanno più probabilità di esprimersi apertamente, per un sacco di motivi. Le ragazze si tengono tutto dentro.

Affanculo tutto questo: sono arrabbiata. Sono arrabbiata con lo stato che si rifiuta di prendersi cura dei giovani di questo paese sotto molti punti di vista, che distrugge qualsiasi speranza di un futuro sicuro, che li esclude dal sistema sanitario e gli nega un alloggio sicuro, che esige che lottino l’uno con l’altro per le briciole rimaste in un pianeta allo sfascio, e poi tagliano i fondi per i servizi pubblici di salute mentale che potrebbero salvarli dall’autodistruzione quando non ce la fanno più.

Sono arrabbiata con questa cultura che ha così paura della carne femminile, della fame femminile, delle donne che vogliono qualsiasi cosa e non solo quello per cui gli dicono di essere grate, che insegna ancora alle ragazzine a farsi più piccole, a tagliarsi a fette, a restringere i loro corpi e umiliare le loro ambizioni finché il loro spazio nel mondo si riduce.

Una questione politica
Sono furiosa per la tranquillità con la quale la società sembra guardare alle ragazze che puniscono e trascurano i loro stessi corpi, anche e soprattutto in nome dell’ossessione per la salute.

Sono arrabbiata per tutto il tempo e tutta l’energia che le ultime e intelligentissime generazioni sembrano ancora sprecare per odiarsi e danneggiare i loro corpi, come facevamo noi solamente in maniera leggermente più efficiente. Non sono arrabbiata con loro. Lo sono con il resto di noi perché non ci prendiamo più cura di loro. E più di tutto sono furiosa per la maniera in cui tutto questo è diventato normale.

Per la settimana della consapevolezza dei disordini alimentari, vorrei chiarire a tutti che i disordini alimentari sono una questione seria, politica e un chiaro segno del mondo incessantemente sessista, omofobo e brutalmente competitivo nel quale obblighiamo a crescere i nostri figli. I ragazzi lo sanno già, ma alcuni adulti sembrano averlo dimenticato.

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Educazione sentimentale
ovvero, l’amore al tempo di Instagram

con Valentina Brusaferro e Martina Pittarello